Facoltà

Un viaggio fra gli orrori del novecento

La scrittrice Dacia Maraini a Scienze politiche

 
 
30 marzo 2009
di Graziella Nicolosi
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A volte i ricordi dell'infanzia sono dolci come un paio di orecchini fatti di ciliegie; e ci si aggrappa a loro, quando l'età adulta costringe ad attraversare più di un dolore.
Ce li teniamo stretti, quei ricordi, perché ci danno conforto. Li conserviamo nitidi nella memoria, come conserviamo la tenerezza di sentimenti antichi che ci illudiamo resteranno eterni.
Ma il tempo può inaridire gli affetti e ischeletrire le persone che abbiamo amato; la Storia, specie quella del Novecento così gravida di orrori, può rendere gli individui "spregevoli a se stessi".

Così è diventato Emanuele Orenstein, dopo l'esperienza dei campi di concentramento. Per questo Amara Sironi stenta a riconoscerlo, anni dopo: lui non è più l'allegro ragazzino che a Firenze si arrampicava sui ciliegi, ne faceva cadere giù i frutti e li regalava a lei come vezzosi orecchini.
Amara, la protagonista del nuovo romanzo di Dacia Maraini (Il treno dell'ultima notte, Rizzoli, 2008), è una giornalista che, nel 1956, compie un viaggio in treno tra i paesi dell'Est europeo alla ricerca di quel compagno di giochi di cui conserva solo una manciata di lettere e un diario riemerso, chissà come, dalle rovine del ghetto di Lodz.

Per lei Emanuele è diventato quasi un'ossessione: intende ritrovarlo, o almeno avere sue notizie, sapere se è ancora vivo. Dalle lettere e dal diario, infatti, ha appreso che lui e la sua famiglia, a causa dell'origine ebraica e dell'avversione al nazismo, erano stati internati ad Auschwitz e che i suoi genitori erano stati uccisi. Ma lui? Che ne è stato di lui?
Stringendo quelle lettere come un feticcio rabdomantico, Amara, anni dopo, intraprende un percorso giornalistico e umano insieme. Le esigenze della sua professione la spingono, ma quelle del cuore la sostengono.


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Nel suo cammino incontra reduci e testimoni delle tragiche esperienze dell'Olocausto: ognuno di loro ha vissuto in modo diverso quell'abominio, ma ciò che li accomuna è il segno indelebile degli orrori che la guerra ha disseminato, marchiando a fuoco corpo ed anima.
E l'incontro risolutivo con Emanuele, che per Amara dovrebbe essere la realizzazione di un sogno rincorso per l'Europa, si tramuta invece in motivo di angoscia: il ragazzino volante delle ciliegie è mostruosamente irriconoscibile, dimostra cinquant'anni, quando invece ne avrebbe dovuto avere la metà. Ed è uno spasmo di ferocia nichilista.

Dacia Maraini con Il treno dell'ultima notte è stata ospite della facoltà di Scienze politiche di Catania a fine febbraio. Hanno discusso  con lei del libro i docenti Stefania Mazzone e Tino Vittorio, di fronte ad un folto pubblico di studenti (tra cui anche i liceali del "Nicola Spedalieri").
La scrittrice fiorentina non avrebbe, certo, avuto bisogno di presentazioni, ma debitamente all'inizio dell'incontro se ne è tracciato un profilo, mettendone in evidenza le origini siciliane per parte di madre (appartenente alla nobile famiglia degli Alliata di Salaparuta) e il legame particolare con il padre, Fosco, che, rifiutatosi di riconoscere la Repubblica di Salò, fu internato con la famiglia in un campo di concentramento del Giappone dove le sue ricerche di etnologia lo avevano portato.  

Impossibile pensare che le vicende da lei vissute da bambina non siano state poi in qualche modo trasposte nel suo libro.
Così come riemerge nel romanzo anche l'interesse per le figure femminili, alle quali la scrittrice ha dedicato e dedica tutt'ora gran parte del suo impegno. Lei stessa ha ricordato, ad esempio, di aver seguito in passato vari processi condotti contro chi si era macchiato del reato peggiore nei confronti di una donna: lo stupro, che nelle sue opere è una costante tematica.

Interrogata a tal proposito dal professore Vittorio, l'autrice non si è sottratta al confronto su questo argomento purtroppo di scottante attualità, e non ha esitato a definirlo una vera e propria "arma da guerra".
"Chi prende il potere - ha detto - cerca per prima cosa di assicurarsi il diritto di morte e di vita, e quindi il potere sul grembo delle donne e sulla loro sessualità".


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Dacia Maraini ci ha abituati, nei suoi romanzi e nei suoi scritti teatrali, a personaggi femminili di grande spessore, donne che, come ha sottolineato la professoressa Mazzone, sono "a prescindere", come lo fu Antigone, che seppellì il fratello "a prescindere" dalle leggi effimere degli uomini, in virtù piuttosto di leggi divine, e immortali. Pur essendo intensi, però, i suoi racconti sono stati improntati il più possibile al rispetto e alla prudenza: nel descrivere i sentimenti, infatti, la narratrice ha cercato di fermarsi "al limitare del bosco".

Anche in questo libro si respira, in mezzo al dramma, un senso di umana pietà. Si scandagliano le pratiche immonde dei lager, ma ci si accosta alla sofferenza con delicata attenzione: non è facile fare i conti con gli abissi del Novecento. E a chi, da più parti, le ha rimproverato il finale tragico, la Maraini ha risposto: "Non avrei potuto fare altrimenti. Era umanamente impossibile uscire integri da un campo di sterminio. Anche Primo Levi, che pure ebbe la forza e la lucidità di raccontare l'orrore, alla fine decise di togliersi la vita".

Come la sua Amara, pure la scrittrice ha raccontato di aver compiuto un "viaggio" nel narrare questa storia: aveva deciso di parlare degli orrori dell'Olocausto, ma poi, come spesso succede, i personaggi l'hanno presa per mano, conducendola verso altri lidi. Esplorando anime, e destini.

Il treno che dà il titolo al romanzo rappresenta un luogo simbolico molto forte: con il suo fermarsi ad ogni stazione, evoca soste pensose.
Il convoglio ferroviario rimanda alla penosa partenza, alle partenze, ai distacchi, agli strappi degli affetti, dei deportati verso i campi di sterminio: la mente brancola tra quelle immagini, tra quei vagoni carichi di umanità dolente. Mani paralizzate dalla paura, occhi smarriti e trepidanti, inconsapevoli di ciò che li attende.  

Nella Shoah il treno ha un valore essenziale; e la Maraini ci tiene a ricordare l'etimologia stessa della parola, che ha un percorso tutto suo, allo stesso modo degli esseri umani. "In greco il termine threnos significava lamentazione funebre, in latino invece trenum prese il senso di trasporto di vettovaglie. In effetti dovrebbe essere il contrario; ma è come se la cultura latina, che era decisamente più pratica, avesse introiettato dentro di sé il concetto della morte". 

Quel treno che si muove fra ciò che rimane di una catastrofe è stato per lei anche lo spunto per educare le giovani generazioni. "Solo andando a vedere realmente i luoghi della Shoah si può comprendere davvero la portata di ciò che accadde, e si può scongiurare quel pericoloso rigurgito di razzismo a cui stiamo assistendo ai giorni nostri. Solo la memoria ci può guidare".
Una memoria che alla fine - come recita una delle frasi più significative del romanzo - "ha preso il sopravvento sulla coscienza".