Facoltà

Eventi sinestesici: riviste ed atmosfere futuriste a Catania


 
 
30 marzo 2009
di Anna Carta
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20 febbraio 1909 - 20 febbraio 2009. Anche Catania, per iniziativa dell'assessorato alla cultura e in sintonia con la facoltà di Lettere e filosofia, la biblioteca universitaria regionale e la Provincia regionale, ha dedicato una serie di iniziative al centenario dalla pubblicazione del Manifesto del futurismo.
Una mostra di riviste catanesi degli anni Venti - attorno alla quale si è organizzato un sistema di eventi seminariali, teatrali, musicali, gastronomici - ha celebrato l'atto con cui Marinetti battezzava la nascita e al contempo stilava il decalogo (in undici precetti fondamentali) del movimento che ha fornito il vocabolario e lo stile al desiderio di rinnovamento della cultura italiana.

Docenti universitari, critici letterari e d'arte, architetti, galleristi, musicisti, attori e cuochi si sono dati convegno per  definire cosa fu il Futurismo.
O forse sarebbe meglio parlare di "futurismi", ognuno dei quali ebbe il suo manifesto: Manifesto del teatro futurista, Manifesto della cucina futurista, Manifesto della donna futurista, della pittura, scultura, musica, architettura, letteratura, aeropittura futurista. Tutti parti della "marinettiana arte di far manifesti", tutte declinazioni di una visione del mondo ispirata a un "dover essere" in direzione della contemporaneità, che ai tempi significava non solo aprirsi alle nuove e rivoluzionarie scoperte tecnologiche di inizio secolo, ma soprattutto appropriarsene e trasformarle in linguaggio per l'arte.

Ci provarono, ognuno per la sua, Boccioni, Carrà, Balla, Prampolini, Settimelli, Russolo, Pratella, Fillia. Non c'è quasi ambito dell'esperienza umana, tra quelle esperibili con i sensi, di cui il futurismo non abbia stabilito programmaticamente di occuparsi.

Così, le nuove esigenze imposte dalla pragmaticità della vita moderna - a Milano come a Catania - vengono tradotte in architettura nel razionalismo geometrico promosso da riviste come la romana "Città futurista" o nelle spirali, ascensori, strutture sopraelevate delle fanta-città del comasco Sant'Elia.
Una mutata concezione di tempo e spazio, risultato dell'esplosione innescata da invenzioni come il telegrafo, l'aeroplano, l'automobile, la radio, impongono all'uomo, modificato dalla tecnica, la necessità di dotarsi di strumenti di registrazione simultanea della realtà, di una sensibilità massmediatica e multilineare. Anche impressionisti e divisionisti avevano applicato la scienza all'arte, ma ora il rapporto è invertito: l'esibizione tecnica ha il primato sulla bellezza.

Se quelle della Nike di Samotracia sono "brutte", bisognerà magnificare altre ali, altri slanci, altre battaglie. Le ali di un aeroplano, ad esempio, o la bellezza della velocità - come quella di "un automobile" (al maschile) in corsa - l'impetuosità di un salto mortale, di uno schiaffo, di un pugno, per citare uno degli assiomi contenuti nel manifesto. Rimangono ugualmente travolti dall'onda dissacratrice linguaggi e pubblico, opera e destinatari. Le parole perdono l'ancoraggio della sintassi, divengono "parole in libertà".

Il paroliberismo e l'uso sistematico della sinestesia divengono gli strumenti con cui si tenta di eguagliare la radicale trasformazione e accelerazione dei ritmi esistenziali. Alla violenza fatta al linguaggio corrisponde la sfacciata aggressività nei confronti del pubblico: mostre, concerti, eventi teatrali non di rado terminavano in rissa.


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Fil rouge e promotore instancabile dell'esperienza futurista italiana, Marinetti - colui che per primo in Italia aveva osato la strana commistione orizzontale tra linguaggi "alti" e "bassi", Zola, Whitman, Aîné e la moderna réclame pubblicitaria - intrattenne una feconda liason anche con la giovane generazione di letterati siciliani e catanesi che, tra interpretazioni filologiche del suo pensiero e resistenze di fronte agli eccessi della nuova maniera, si aggregavano attorno a "turbolenti periodici" culturali come «L'Ascesa», «Haschisch», «L'Albatro», «L'Azzardo» «La balza», «La scalata», «La spirale».

Su alcuni di essi, accanto a minori e minini sperimentatori provinciali è possibile scorgere le firme di De Chirico, De Pisis, Marinetti e del dadaista Zara. Disdegnando la lezione del "passatista" Rapisardi e del "trapassato" Verga, ci si esponeva con giovanile incoscienza all'urto eversivo dell'innovazione senza dimenticare di miscelarla all'occorrenza con la tradizione. Così facendo, l'antipassatismo siciliano interpretava (forse inconsapevolmente) l'ambivalenza marinettiana tra modernismo e primitivismo, che occhieggia dai manifesti per le rinate rappresentazioni classiche a Siracusa firmate da un cartellonista futurista come Cambellotti.
Tale ambivalenza si intravede anche nell'ironico e provocatorio intento di assumere il carretto siciliano a emblema di velocità al pari di una automobile da corsa o di un agile modello Torpedo; si incarna nella strana idea di Marinetti di ambientare sull'Etna la "sintesi futurista" Vulcano.

1909 - 2009. Cento anni in cui si consuma  una parabola che porta dalla nascita del movimento alla sua  "museificazione" (già in atto per la verità nel momento in cui, nella persona del suo fondatore, decide di salire le scale dell'Accademia e di indossare le vesti ufficiali della cultura fascista), alla trasformazione dell'esperienza d'avanguardia più avanzata dell'Italia novecentesca a oggetto di studio e "classico" a sua volta, senza il quale non si capirebbero non solo le sperimentazioni di Eliot e l'"imagismo" di Pound, le rivoluzioni tipografiche e i collages verbali dadaisti, ma anche il varietà surreale di Petrolini e il riso empio e dissacrante delle Tragedie in due battute di Achille Campanile.