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Da: "Vincenzo Cucinotta" ecucinotta@unict.it
Data: 16 novembre 2009 8:10:05 CET
Il recente DDL della Gelmini costituisce, aldilà del merito del giudizio che se ne vuole dare, un importante punto di snodo per l'Università e per noi che vi operiamo. Anche se sviluppi politici più ampi dovessero impedirne l'approvazione, non possiamo non interrogarci sulle direzioni in cui chi ha redatto il DDL, credibilmente nostri colleghi, intenderebbe dirigere gli sviluppi futuri del sistema universitario. Si tratta certamente di un articolato complesso, e che richiede un'analisi dettagliata. Personalmente, ho provato a leggere attentamente il testo che è stato diffuso e, anche se mi riservo di analizzarlo ulteriormente, vorrei qui soffermarmi su aspetti che mi sono sembrati centrali, come elemento di riflessione per i colleghi, concludendo questo mio intervento con un giudizio riassuntivo, secondo un punto di vista che lo collochi nello sviluppo "storico" degli interventi legislativi sull'Università.
Vorrei intanto intervenire sul punto riguardante la cosiddetta "governance" (organi deliberativi suonava così male da dover scopiazzare un termine inglese?). Il DDL declassa il Senato Accademico, spostando l'asse dei poteri in direzione del C.d.A., a sua volta profondamente ristrutturato nella sua composizione. Il Rettore non ne sarà più il Presidente, nessuna rappresentanza elettiva, tranne che per la componente studentesca, e per almeno il 40% si dovrà trattare di membri esterni a quell'Ateneo. Quale debba essere il meccanismo di scelta, il DDL non dice: lascia ai singoli Statuti la definizione di questo meccanismo. Lo stesso comma però, abbonda in ridondanti insistenze sul fatto che debba trattarsi di persone "di comprovata competenza in campo gestionale" e "di alta professionalità". Si potrebbe a lungo disquisire su a chi spetti definire il possesso di tali requisiti: come si fa a misurare "l'alta professionalità"? La comprovata competenza viene certificata dal fatto di avere già partecipato a consigli di amministrazione? E allora, data la situazione disastrosa della nostra nazione, non sarà un suicidio delegare sempre agli stessi noti compiti così delicati di gestione di risorse pubbliche? Sarebbe interessante se chi sostiene questo DDL ci desse almeno una convincete ragione perché una mediocre capacità di autogestione del sistema universitario dovrebbe trovare soluzione nel cederla a terzi, non si sa come scelti. E' evidente che, sia tramite la definizione delle norme statutarie, sia nella loro attuazione, il Rettore e chi gode del consenso all'interno dell'Ateneo potranno determinare la scelta di tali consiglieri esterni. In cosa quindi questo meccanismo dovrebbe risultare più efficace di quello esistente nel selezionare dei gestori più avveduti, che tra l'altro sanno ben poco delle peculiarità dell'Università?
A me pare che tramite questo meccanismo, l'Università verrà sempre più affidata a meccanismi di decisione di tipo politico. La lunga lotta tra una politica di Ateneo e la politica in senso lato è quindi giunta al suo esito: politica in pieno, ma con l'ulteriore condizione di limitare l'elemento elettivo. Del resto, se abbiamo accettato un Parlamento di designati, e non eletti, si capisce, nella stessa logica, come si possa sfociare in un sistema universitario in cui designati amministrino gli Atenei, secondo logiche magari feudali, purchè dotati, s'intende, di sedicente "alta professionalità". A conclusione di questo primo punto, osservo come la meno rappresentativa delle componenti elettive, quella studentesca, notoriamente legata ai partiti politici, sia l'unica a sopravvivere: amen!
Altro punto critico è il reclutamento e la progressione di carriera. Non mi soffermerò più di tanto sull'allungamento dello scatto che da biennale diventa triennale: una riduzione di stipendio mascherata: amen anche su questo!
Mi soffermerò invece sul passaggio dal ricercatore a tempo indeterminato, che così diventa un ruolo ad esaurimento, a quello di ricercatore a tempo determinato.
In sostanza, il dottorato di ricerca formalmente considerato un semplice titolo di studio, risulta intanto molto spendibile in ambito accademico. Gli assegni di studio vengono confermati come strumento per il finanziamento di personale precario addetto ad attività di ricerca. Viene poi definita questa figura docente, ma a titolo precario: il ricercatore a tempo determinato. Non si tratta di una figura del tutto nuova, né dal DDL si può dedurre se gli attuali ricercatori a tempo determinato (RTD) godranno di un'equiparazione: mi auguro di no, visto che questo DDL definisce una figura sostanzialmente nuova. La definizione di questa nuova figura docente mi appare davvero strana, per certi versi incomprensibile. Ci si accede per titoli (escluse tassativamente prove), si ha diritto a permanervi per sei anni (conferma necessaria al terzo anno), al termine, o si diventa associati, o si esce dal sistema universitario. Ciliegina sulla torta: associati, oltre che per concorso, anche per chiamata diretta. Questo sistema ha due aspetti preoccupanti:
- inesistenza di prove, di una verifica che possa essere univocamente legata al soggetto interessato
- spostamento in avanti dell'età a cui si può pervenire a un rapporto di lavoro stabile (secondo i miei calcoli, circa 40 anni)
- meccanismo di chiamata diretta, alternativo al concorso, e quindi alla competizione con altre figure (ricercatori CNR, ad esempio)
Il primo e il terzo di questi tre aspetti che ho elencato, porterebbero, secondo me, all'esplosione del fenomeno del nepotismo, non certo assente dal sistema universitario. Dunque, un padre o padrino può garantire nei primi anni al pupillo una produzione scientifica tale da obbligare le commissioni ad attribuirgli il posto di RTD. Al termine dei sei anni, chiamata diretta per intercessione del padrino, ed è fatta: chi può ostacolare questo perfetto meccanismo corruttivo? Il DDL, apparentemente, fornisce un meccanismo perfetto per un incremento del nepotismo negli Atenei.
Il secondo aspetto riguarda invece il possibile spreco di risorse statali per fare giungere dei soggetti alla piena maturità scientifica, salvo poi regalarli ad altri sistemi paese, o al mondo produttivo esterno. Qui, però, la definizione di un giudizio trova un ostacolo nel fatto che manca una quantificazione nelle varie figure previste.
A cominciare dai dottorati di ricerca, sarebbe interessante sapere quanti ne sono previsti per ogni ciclo. Se saranno troppo pochi, credere che siano dei titoli di studio onnivalenti diventa una storiella priva di credibilità. Quanti assegnisti avremo annualmente? Dovrebbero, secondo logica, essere meno dei dottorati di ricerca rilasciati. Quanti saranno gli RTD ogni anno? Meno, credibilmente degli assegnisti, ma più dei nuovi associati. Anzi, per riequilibrare la famosa piramide che l'autogestione degli Atenei ha capovolto, poiché la permanenza nella figura dell'RTD è limitata a un massimo di sei anni, mentre la permanenza nel ruolo degli associati potrà prolungarsi forse anche fino a trenta anni, anche con una media di 18 anni, ogni anno dovremmo avere un numero di RTD più che triplo, diciamo almeno quadruplo, dei nuovi posti di associato disponibili. Se vogliamo rapidamente ristabilire la piramide, diciamo in tre anni, anche continuando a bloccare l'accesso ai posti di prima fascia, avremo bisogno di almeno mille nuovi posti di associato annuali, sia per compensare i pensionamenti, che per creare un eccesso di associati rispetto agli ordinari. Gli RTD ogni anno quindi dovranno essere almeno 4000 a regime, ma nella fase iniziale, dovrebbero essere notevolmente di più. Su questo il DDL tace, per il motivo ovvio che queste chiamate sono affidate ai singoli Atenei, né il governo intende spendere una lira, dicesi una lira in più, sul sistema universitario. Lo recita in quasi tutti gli articoli, e, significativamente, nell'ultimo comma dell'ultimo articolo, una specie insomma di commiato senza appello.
Osservo invece alcuni elementi positivi, l'eliminazione dei Consigli di Facoltà, anche se i coordinamenti che dovrebbero sostituirli appaiono definiti in maniera alquanto vaga. Il controllo periodico sull'operato dei docenti appare anch'esso una positiva novità, da accogliere pienamente. Infine, anche l'obbligo del singolo Ateneo di non chiamare soltanto docenti ad esso già afferenti, mi appare una novità da sottoscrivere. Mi scuso se ho trascurato punti magari importanti, ma desideravo intanto fare il punto sulle questioni che già adesso mi appaiono sufficientemente chiare.
Nel complesso, anche in riferimento alla legislazione già esistente in materia, si conferma questo strano connubio tra una ripetuta volontà politica forse anche accademica di autonomia universitaria, e l'impossibilità effettiva, anche su un piano squisitamente logico, di accedervi.
Abbiamo quindi un DDL che ci detta, norma per norma, la sostanza dello statuto, ma nel contempo obbliga all'approvazione degli organi locali, uno statuto un po' centrale, un po' locale insomma. Abbiamo un'esperienza sostanzialmente deludente dell'utilizzo delle risorse da parte dei singoli Atenei, e quindi il DDL risponde introducendo figure esterne nell'Università. Già dissi che sono scettico sul fatto che questo possa costituire un meccanismo di selezione soddisfacente. Mi aspetto che burocrati provenienti dai vari settori delle Amministrazioni pubbliche, sempre nella loro vita designati in base a criteri politici, pervengano nei CdA, e questa prospettiva mi preoccupa: cosa avrà mai un membro esterno, proveniente dallo stesso mondo della politica, di più e di meglio di un collega? Temo nulla, solo forse una minore conoscenza delle nostre tematiche, e una minore possibilità quindi di accettare elementi di dibattito. Questo scritto presto, diverrà del tutto inutile, perché i membri dei nuovi CdA non terranno in alcun conto le parole di un docente, a cui nulla li lega.
Vorrei anch'io figure esterne nei gangli decisionali degli Atenei, ma essi dovrebbero essere presenti in virtù dei soldi che sono disposti a scommettere sull'Ateneo. Se ci sono soggetti che vogliono finanziare l'Ateneo, allora sì che la loro presenza lì dove si decide ha un significato chiaro ed univoco. L'autonomia dell'Università come è stato ripetutamente detto da molti prima di me, può basarsi solo sull'autonomia finanziaria effettiva. Purtroppo, la cultura stessa della nostra Italia non l'ha finora consentito. Abbiamo industrie, banche, assicurazioni, che non tengono in grande conto i settori dell'istruzione e della ricerca. Si dice a volte che l'industria in Italia non fa ricerca. Non è esatto, essa fa ricerca con i fondi statali, perché non vuole investire in proprio. Se quindi manca questo essenziale substrato culturale e finanziario, è inevitabile avere un sistema centralizzato. A me pare appunto che questo DDL celebri l'ennesimo tentativo basato sul nulla, di copiare sistemi decentrati di altri sistema paese, senza volere confrontarsi con le condizioni oggettivamente differenti in cui operiamo. Una delle conseguenze che già sollevavo più su, era questa impossibilità di programmazione a livello nazionale. La legge è nazionale, i meccanismi previsti dovrebbero essere approvati nazionalmente, ma lo stesso impianto, senza la possibilità di quantificazione, non può assumere un significato preciso. Se ad esempio, come del resto temo, le risorse per posti di RTD saranno modeste, l'RTD diverrà il meccanismo"ope legis" di accesso al ruolo di associato.
Io mi chiedo infine quando una classe dirigente ammetterà la non praticabilità di un sistema di autonomie pensato teoricamente e che per una forma di provincialismo si vuole importare nel nostro paese, quando esso ha ormai provato aldilà di ogni ragionevole dubbio che non è in grado di operare. L'autogoverno delle Università è fallito quando, come del resto doveva apparire ovvio sin dall'inizio, è stato chiaro che chi opera nell'Università non ne è il padrone. Tanto non ne è il padrone, che, quando tutto si è demandato ad organi collegiali, questi organi si sono fatti interpreti di interessi particolari, piuttosto che generali. Per questo, l'alternativa è secca. O ci sono privati disposti ad investire nel settore universitario, ed allora sia affidato a loro la governance, oppure, in assenza di ciò, se la fonte del finanziamento proviene per la quasi totalità dal Tesoro, che sia questi a livello centrale a stabilire come le Università devono operare. Ciò sarebbe possibile ed augurabile soprattutto nella definizione della destinazione delle risorse di personale. Per i docenti, il Ministero potrebbe bene definire i settori scientifico-disciplinari di destinazione di nuovi posti, ed anche l'articolazione per fasce, che mi pare proprio l'aspetto su cui il meccanismo di autogestione ha clamorosamente fallito, come forse non era così difficile prevedere. Ciò però, richiederebbe appunto un sistema centralizzato, troppo frettolosamente abbandonato. La soluzione sostanzialmente prospettata dal DDL, invece, punta su una specie di soluzione intermedia: mantiene la struttura formalmente decentrata degli Atenei, puntando tutto su una sorta di verticizzazione all'interno dei docenti. Un rimedio che, francamente, mi appare paradossale: sarebbe come affidare a coloro che sono stati in prima fila nell'aver determinato tanti problemi nell'Università, la loro soluzione.
Enzo Cucinotta
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http://www.argo.catania.it/2009/11/05/luniversita-aziendale-della-gelmini/
Sulla riforma universitaria
(di Renato Pucci - ordinario di Fisica della materia, Dipartimento di Fisica e Astronomia, Università di Catania)
Il 5 novembre scorso era stato pubblicato sul giornale telematico Argo un mio contributo sulla proposta di legge di riforma dell'università. Esso era stato poi diffuso, con autorizzazione del preside Li Volsi, a tutti i membri della Facoltà di Scienze MM. FF. NN. dell'Ateneo.
Non voglio qui ripetere le considerazioni fatte in quel breve articolo, che si può trovare al link riportato all'inizio di questo intervento, ma voglio esprimere alcune brevi osservazioni e reazioni al dettagliato contributo dell'amico Enzo Cucinotta, apparso sul bollettino d'ateneo in data 16 novembre.
1. L'ampia convergenza delle nostre posizioni sul problema della governance mi sembra un fatto estremamente positivo e spero che molti altri colleghi esprimano la loro adesione alle critiche da noi mosse al testo governativo, in modo che si possa giungere ad un giudizio ampiamente condiviso su questo tema da parte del nostro ateneo.
2. Il mio commento positivo sul fatto di aver declassato il ruolo del ricercatore a figura a tempo determinato era poco sviluppato. Ho sempre sostenuto che è ridondante e deleterio avere all'università tre figure di ruolo: ricercatore, professore associato e professore ordinario. Questo fatto implica un artificioso moltiplicarsi di concorsi, per figure molto simili fra loro, che può essere utile soltanto ad una perversa logica accademica. Bisogna notare che ci sono stati momenti, nella travagliata storia dei tentativi di riforma dell'università italiana, nel quali è sembrata possibile l'unificazione della figura di ricercatore con quella di associato. Speravo, quindi, che l'introduzione della figura di ricercatore a tempo determinato potesse rappresentare un passo verso questa unificazione, ma, come spiega Enzo, ciò potrebbe rivelarsi un'ulteriore forma di precariato selvaggio. Anch'io osservavo, nel contributo su citato, che un punto critico di questo problema è quanti posti di associato si metteranno in gioco rispetto a quelli di ricercatore a tempo determinato.
3. Dissento profondamente da Enzo nella parte finale. Dopo aver detto che non vogliamo ingerenze esterne all'università (Enzo adopera la parola più nobile politica, mentre io uso quella più vile di partiti) non possiamo demandare tutto al potere centrale, al Ministro, come se fossimo bisognosi di guide illuminate, che ci vengono incontro con la loro correzione paterna. E non è tanto questione di provincialismo (tutti i paesi del mondo fanno così, facciamolo anche noi), quanto il mio convincimento che l'autonomia è uno dei valori imprescindibili su cui fondare l'università.
Non entro in questioni di principio, ma voglio fare alcuni esempi.
Una delle critiche che vengono mosse alle università dalla Gelmini e dalla stampa, e che viene riportata come esempio del fallimento dell' autonomia, è la moltiplicazione degli insegnamenti, che a volte hanno pochissimi studenti: che spreco!
Tutto ha avuto inizio con la così detta riforma del 3 + 2.
Premetto che questa riforma era necessaria per uniformare i nostri percorsi formativi a quelli europei e quindi facilitare la mobilità degli studenti in Europa. Ricordo anche che nel 1500 l'università di Catania rilasciava due titoli di studi: il baccalariato e la laurea. Non sono contrario, quindi, alla riforma 3 + 2, ma all' uso distorto che si è fatto di essa. I nostri governanti ci dissero allora che la laurea triennale doveva essere anche di tipo "professionalizzante" e che si dovevano creare dei percorsi formativi che permettessero subito l'inserimento dei laureati triennali nel mondo del lavoro.
Noi a fisica creammo, oltre la laurea in fisica, anche la laurea in tecnologie fisiche. Dopo un paio d'anni, avendo verificato che tutti i laureati triennali proseguivano gli studi con la laurea specialistica, disattivammo la laurea in tecnologie fisiche.
Ricordo inoltre che uno dei criteri con cui il ministero valutava ed incentivava l' attività didattica degli atenei era la "diversificazione" formativa. Mi sembra evidente la schizofrenia del ministero, che prima ci ha promesso maggiori finanziamenti se avessimo istituiti più corsi di studio e poi ce li ha tolti perché ne abbiamo attivati molti, anzi, ha fatto di ciò motivo di scandalo per avere la scusa di limitare l' autonomia universitaria ed i fondi da assegnare.
Che truffa!
D' altra parte, se la politica del ministero era cambiata, esso aveva degli strumenti semplici ed efficaci per limitare il numero degli insegnamenti: cambiare i requisiti minimi e le "griglie" che si dovevano rispettare affinché esso concedesse l' autorizzazione ad istituire i corsi di studio. Purtroppo ultimamente esso ha approfittato di questo strumento, dettando continuamente nuove regole, senza concedere alcun tempo alla sperimentazione ed a possibili autonome correzioni, in modo da trasformarlo in un metodo di tortura del mondo universitario.
Ho riportato con alcuni dettagli questa vicenda per far vedere che alcune "colpe" attribuite all'autonomia sono invece ascrivibili a pesanti ingerenze ministeriali, spesso errate.
E nel futuro, se la riforma della governance si rivelerà un fallimento, la colpa sarà del ministero che ha posto mediante la legge pesanti vincoli sulla composizione e sui compiti del Consiglio di Amministrazione, o delle università, che non avranno saputo fare dei buoni statuti e non avranno scelto componenti di "alta professionalità"? La risposta mi sembra scontata.
Non voglio affermare che i professori universitari non abbiano dato il loro contributo alla crisi dell'università italiana, ma che se avessi la possibilità di scegliere tra un sistema ibrido, quello sì veramente fallito, ed un sistema che affidi principalmente ad uno dei due attori la progettazione di una nuova governance, sceglierei il secondo, ma, per quanto su esemplificato, affiderei la responsabilità maggiore alle università e non al ministero.
Certo, alcuni fatti scandalistici inducono ad avere poca fiducia nell'efficacia della valutazione e portano ad auspicare che ci sia un commissariamento delle università, ma io ritengo che all'interno di esse ci siano ancora moltissime forze sane che, se aiutate, porteranno allo sviluppo sociale ed economico del nostro paese. Forse io ho una visione limitata, ma all'interno dell'area fisica vedo nel nostro ateneo ed in Italia tanti giovani eccellenti, che danno e daranno contributi fondamentali al progresso scientifico.
Diamo loro speranze e certezze, non distruggiamo il loro entusiasmo, scommettiamo che sappiano fare meglio di noi. Un Ministro, anche se illuminato, ma soggetto a condizionamenti partitici ed economici, non potrà mai garantire che le Università liberamente perseguano virtute e conoscenza.
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Da renato.pucci@ct.infn.it
Alcune considerazioni sulla governance.
L'impressione che si evince dalla e-mail del rettore del 9/12/2009 è che ci sia un unanime consenso sulla proposta di legge governativa di riforma dell'università. Infatti, non solo i rettori e la Confindustria, ma anche l'opposizione è favorevole ad essa, come sembra emergere dall'articolo di Luigi Berlinguer su Europa (08/12/2009).
Tutto va bene, purché ci siano maggiori finanziamenti.
Ad onor del vero, il rettore ha trasmesso anche il documento dell'USPUR, che è di segno contrario, ma che, anche se ben motivato e dettagliato, probabilmente esprime una posizione minoritaria.
Tutto ciò sembra chiudere l'analisi del problema, ma non sono convinto che il parere di Berlinguer sia del tutto analogo a quello della Gelmini e dei rettori.
Dopo aver lodato la riforma e sottolineato come essa sia una prosecuzione del processo di autonomia da lui avviato, con molta non chalance, Berlinguer sottolinea che, per quanto riguarda la governance, è importante separare i compiti del Senato accademico (SA) da quelli del Consiglio di amministrazione (CdA), purché non si impoverisca il peso del SA nelle decisioni scientifico-didattiche. Non mi risulta che i rettori abbiano espresso questa convinzione, che ovviamente stravolge la governance della Gelmini.
L'atteggiamento, credo, assunto da Berlinguer è quello di non cercare il muro contro muro, ma di suggerire importanti modifiche, che possano attenuare il disastro che introdurrà il testo di legge se esso venisse approvato nella sua forma attuale.
Analoga posizione assume Paolo Rossi, rappresentante dei fisici al CUN. In una sua nota egli manifesta adesione alla proposta di riforma ed afferma che, da ora in poi, la responsabilità del cattivo funzionamento delle università dovrà essere addebitata unicamente alla incapacità, o mancata volontà, di queste di elaborare dei buoni statuti.
Egli suggerisce, però, alcune modifiche "tecniche":
. Il Parlamento (SA) non deve essere spogliato dei poteri di controllo sull'operato del Governo (CdA), usualmente esercitati tramite il voto di fiducia, il voto sul bilancio, l'approvazione dei piani programmatici strategici proposti dall'esecutivo;
. La presidenza del SA "deve" (non "può") essere distinta da quella del CdA, ma il rettore (capo dell'esecutivo) "deve" (non "può") presiedere il CdA;
. È legittimo e utile avere "ministri tecnici" (i membri esterni del CdA), ma pare alquanto ingiustificato fissarne per legge il numero minimo.
Il contributo di Paolo Rossi è di alto profilo e si ispira ad un modello, largamente condivisibile, che regge molte democrazie occidentali, fatte di governo, ma anche di garanzie e controlli.
Le istituzioni, e l'università è una di esse, servono a mettere a freno l'aggressività, sia del singolo che governa, sia di gruppi di potere, in modo da dare fiducia, sicurezza e libertà ai membri della comunità cui si riferiscono.
Le modifiche da apportare al testo governativo sulla riforma della governance nascono, quindi, da più voci e sono motivate da profonde esigenze (vedi anche i miei interventi precedenti su Argo e sul Forum del Bollettino d'Ateneo) che tendono a garantire democrazia e dignità alle università.
Renato Pucci
Dipartimento di Fisica e Astronomia
Università di Catania
N.B. Questo contributo è stato pubblicato anche sulla rivista Argo, all'indirizzo http://www.argo.catania.it
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da: ecucinotta@unict.it
lunedì 4 gennaio 2010 12.12
forum DDL Gelmini
Non è gradevole, se non francamente imbarazzante,continuare un dibattito che si è voluto suscitare, e che purtroppo però vede due soli docenti partecipanti.
Ci si potrebbe chiedere cosa trattiene i colleghi dal farci conoscere la loro opinione a proposito di un DDL che presumibilmente influenzerà profondamente la nostra quotidiana attività. Ciò è tanto più inquietante se si considera come parallelamente gli interventi a proposito del bilancio del nostro Ateneo non sono certo mancati, così come precedentemente sui criteri di suddivisione dei fondi PRA. I colleghi quindi non si ritraggono dal farci conoscere la loro opinione su questioni importanti, ma che certo non sono così fondamentali come il DDL Gelmini di cui si parla in questo Forum.
Ciò che posso arguire è che prevalga tra i colleghi una qualche forma di ricerca di ottimizzazione delle proprie risorse, per cui essi si impegnano lì dove ritengono di avere una possibilità ragionevole di influire sui risultati, mentre si astengono deliberatamente dal dedicare tempo e sforzi intellettuali nella direzione di questioni che ritengono al di fuori della loro portata.
Il punto che vorrei sottolineare è appunto che questa stessa consapevolezza di inadeguatezza rispetto ai problemi fondamentali del proprio luogo di lavoro è già un risultato molto significativo: potrei aggiungere che, assieme al taglio dei fondi, la vera riforma universitaria si poggia proprio su questo apparentemente ragionevole tralasciare le cose il cui luogo di decisione è distante da noi. Insomma, sembrerebbe che il risultato più importante del processo di autonomizzazione degli Atenei portato avanti da una ventina d'anni a questa parte, sia paradossalmente quello di coinvolgere i docenti in un processo di gestione dei dettagli, subendo peraltro passivamente il quadro generale in cui questi stessi atti di gestione si iscrivono.
Io ho però l'impressione che alcuni tra i miei colleghi più influenti tralascino di intervenire con motivazioni del tutto differenti, che cioè essi siano magari intervenuti in qualche misura nella stessa elaborazione del testo e che ne siano complessivamente soddisfatti. Perché allora occuparsi di un dibattito che si vede essere nato in modo così asfittico, coinvolgendo solo due colleghi? Meglio lasciare le acque calme, e attendere serenamente che il DDL venga approvato.
L'Università diviene così lo specchio stesso della nostra società, in cui un ceto dirigente ha trovato come interesse prevalente gestire sé stesso e l'inamovibilità del proprio potere piuttosto che governare saggiamente il paese.
Se invece i provvedimenti di legge si giudicano sulla base delle loro risultanze sperimentali, e così rientro nel merito del dibattito, allora credo che tutti dovremmo convenire che il maggiore potere conferito ai singoli Atenei negli ultimi decenni è stato gestito assecondando interessi particolari. Mi meraviglia che Renato che si occupa come me di scienze sperimentali non voglia trarre le giuste conclusioni dalla verifica appunto sperimentale dei risultati di gestione decentrata delle risorse da parte dei docenti dei singoli Atenei. Il problema attuale delle Università è la carenza di principi di responsabilità. Quando un determinato organo collegiale vota una determinata delibera, sa già dall'inizio che non sarà chiamato a risponderne degli effetti: basta usare l'accortezza di non violare alcuni principi formali. Un sistema irresponsabile però non può funzionare, o meglio, può soltanto continuare ad andare avanti verso un inevitabile e progressivo degrado.
Il punto quindi non sta nel valutare se il Dipartimento di Fisica dell'Università di Catania sia migliore o peggiore del Ministro dell'Università, ma piuttosto nella possibilità di potere ricostruire le responsabilità specifiche di determinati atti. Ricostruire una centralità delle decisioni mi pare assolutamente indispensabile. Altrove, gestioni decentrate funzionano, ma ciò richiede un coinvolgimento diretto dei singoli operatori nell'esito delle gestioni. Negli USA, tante università sono private, e sembra ovvio che chi ci mette i soldi, è assolutamente coinvolto nei risultati delle iniziative su cui egli stesso ha investito. Anche i docenti, del resto, avendo contratti individuali, non possono prescindere dai risultati che il loro specifico contratto ha generato, senza con ciò perdere la possibilità di conseguire nuovi vantaggiosi contratti.
Adottare quindi un modello decentrato con una centralizzazione delle risorse significa attuarne una sua applicazione caricaturale. Esistono quindi obiezioni di tipo teorico e di tipo sperimentale a continuare a perseverare in un modello con tutta evidenza inattuabile.
Analogamente, l'immaginare una qualsiasi innovazione strutturale, rifiutandosi di garantirne il finanziamento, si traduce inevitabilmente nell'impossibilità di prevederne gli effetti reali, come tentavo di mostrare nel precedente intervento a proposito di figure di docente di cui non si definisce a priori la dimensione numerica.
In un modello centralistico invece, il Ministero potrebbe stabilire una serie di criteri sufficientemente rigidi per la destinazione delle risorse, non solo come già fa verso i differenti Atenei, ma anche specificamente verso i differenti settori scientifico-disciplinari. Se poi la suddivisione non è ottimale, è chiaro che sono i criteri a non funzionare, ed allora si cambiano, ed in ogni caso è il Governo della Repubblica ad esserne responsabile: almeno, si potrà dire che esso ha ricevuto la fiducia di un Parlamento eletto (magari con una legge elettorale diversa dall'attuale, diciamo, almeno decente, ma questo è un altro discorso).
Questa legge invece, non solo non ricostituisce una centralizzazione doverosa delle decisioni, ma addirittura ci lascia in balia di un Consiglio di Amministrazione estraneo al mondo accademico, presumibilmente colluso col potere politico, e in definitiva ancora una volta irresponsabile.
Vincenzo Cucinotta
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